RecensioniTorna alla lista

12/06/12

The Little White Bunny - Hole - Acidi Viola

Un coniglio bianco (non proprio “little”, e forse nemmeno un “coniglio” ma una “bella coniglietta”) in copertina e un precedente EP chiamato “And Carrots For All” (del 2009). Che poi “And Carrots For All”, scritto così, non vi ricorda nulla? Ecco, proprio quello. Un omaggio “a parole”, ma non solo. Perchè di metal(lica) in questo album ce n’è non poco. hOle, primo full-lenght di quattro giovanotti bolzanesi che si nascondono dietro il nome The Little White Bunny, è una miscela incredibilmente esplosiva di tantissimi elementi iperdistorti.

Dopo i quarantotto secondi per giocattoli impazziti di press the right button che, già dal titolo, ci fa intuire una passione nerd (manco tanto nascosta) del gruppo, prende il via il primo, vero pezzo del quartetto: game over is an opinion ci presenta il gruppo per quello che realmente è. Una ensemble di cross-over metallone dove, in poco più di quattro minuti, si incontrano i Faith No More(lo stacco a metà tra funk-metal e pianoforti distrutti), i Korn e qualche gruppo nu-metal più giovane (tipo i Lost Prophets, per intenderci). Ed è solo il primo pezzo, nient’altro che l’inizio. In masters of the universe si incontra ancora la pazzia di Mike Patton (le voci ricordano un pò le abbaiate dei Tomahawk?) anche se il punk pesante interrotto dall’handclapping ricorda più qualcosa dei Queens Of The Stone Age.
Che poi il gruppo sembra dormire con la foto di Mike Patton sul comodino, e gli rivolge un pensiero, una preghiera (o una bestemmia) prima di addormentarsi. Dico questo perchè anche in hummus c’è l’ombra di un progetto Patton-iano: prendete lo stacco che parte poco dopo il minuto (o ancora quello prima dei tre minuti), non vi ricorda per niente i Mr. Bungle? Dai, inutile nasconderlo. E non pensate che sto accusando il gruppo di plagio, anzi, è un paragone/complimentone, perchè il risultato finale è dannatamente originale.
In the queen of the drag queens ci si muove tra schizofrenie doom, velocità distorte, hard-punk, momenti vagamente horror e – addirittura – una scappata in chiesa, per prendere in ostaggio l’organista fino alla fine del pezzo.
E, arrivati a questo punto, avrete sicuramente notato che la caratteristica principale del gruppo è l’abilità di spezzare un pezzo, che potrebbe sembrare lineare, con elementi sempre nuovi e sempre diversi. In pixels si scivola addirittura in un episodio post-rock, calmo ed arpeggiato prima dell’esplosione doom finale.
She wants it è un funk-metal (come lo sarà use the force: una ricreazione post-metal in un asilo) dall’incedere strano, dove il gruppo si atteggia un pò da Primus e dove, a tratti, la voce ricordaJohn Congleton dei pAper chAse. E in tutto questo, il piccolo coniglio bianco, trova pure il tempo di portarci in Spagna. Cosa volete di più? È un album che non vi da un attimo di tregua. Cambia sempre: quando ormai vi state abituando alle scariche di distorsioni spunta una parentesi totalmente diversa: prendete l.o.v.e., per esempio, dove su un riff tipicamente hard-rock, i (già incontrati) Lost Prophets scivolano in una parentesi pulita che sa addirittura di emo, per poi finire in un momento (pseudo)arabeggiante à la Kula Shaker.
In hellvetica si arriva ad essere post-hardcore, sempre secondo la visione distorta del gruppo, e si raggiungono picchi di vero e proprio screamo. Così come poi accadrà in satan is so cute: due minuti e mezzo di death-nerdcore veloce e schizzato, degno dei migliori Blood Brothers.
E in Italia i programma di cucina vanno bene (sicuramente meglio di quelli di musica), lo sappiamo tutti e lo sa anche il Coniglio. La ricetta del buon coniglio è un intro culinario di preparazione, prima dibedsores, il pezzaccio finale di dieci minuti: lento a partire tra movimenti che sanno quasi di math, incroci di chitarre e atmosfere quasi post. Una calma che non terrà a lungo, in quanto l’esplosione, anche stavolta, non tarderà ad arrivare.

Che dire? Quando ho ascoltato la prima volta hOle ho avuto qualche difficoltà a crederli italiani, ma è così. Ed è una vera e propria soddisfazione. Consigliatissimo a chi, in passato, aveva apprezzato il lavoro dei Bad Mexican. Cose di cui vantarsi, decisamente.