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26/03/13

Le Maschere di Clara - I ragazzi del conservatorio salgono sulle barricate del rock - Intervista su Jam

Immagina un violino distorto al posto della chitarra elettrica. E poi solo basso e batteria, eventualmente un pianoforte. Immagina testi letterari invece del solito piangersi addosso. E un sound rabbioso eppure colto, frutto di conservatorio e cultura rock, per uno stile felicemente indefinito. Immagina una cosa che in Italia non s’è mai sentita. E che invece c’è. Quella cosa si chiama Le Maschere di Clara. Sono in tre, vengono da Verona, sono al secondo disco. Si intitola L’alveare ed è, lo dicono loro, «un omaggio alla figura dell’uomo in tutta la sua complessità». Musica raffinata eppure vivida, perfetta per questi tempi cupi in cui «le nuove generazioni sono costrette a subire passivamente il disagio etico-politico-economico di una società in declino, soprattutto dal punto di vista culturale. Più ci si avvicina all’idea di futuro e più ci si allontana dalla ricerca di noi stessi. Questo disco è un grido».

Ogni canzone dell’album è dedicata a uno scrittore o a un poeta. Ma non in modo scontato...
«Vogliamo infondere la curiosità nei giovani. Questi artisti, questi virtuosi della scrittura e del pensiero, questi grandi testimoni della storia sono talmente moderni e potenti da sconvolgere tuttora chi li legge. Chi avrà voglia di scoprirli, anche attraverso la musica, non rimarrà deluso».

La poesia è sparita dalla vita delle persone. Voi sembrate crederci ancora. È così?
«Assolutamente. La poesia riesce a trasmettere concetti e stati d’animo in maniera prorompente, elevando il pensiero umano a un livello impalpabile, oltre la materia. Lo spirito delle persone si coltiva con la poesia, l’ingegno e l’intelletto non possono prescindere dalla bellezza delle parole, dalla loro anima. Dove non c’è poesia, non c’è emozione, non c’è umanità».

Ci spiegate la vostra concezione di trio? Siete una specie di trio da camera rock...
«Proprio così. La composizione dei brani nasce dall’idea armonica della musica classica, la polifonia e il contrappunto ci permettono di intrecciare le linee melodiche degli strumenti creando accordi che si evolvono alla ricerca di molteplici sfumature nell’ambito espressivo e timbrico, proprio come succede in un trio da camera. Nulla è lasciato al caso, mettiamo insieme tutta la nostra ispirazione dando vita a ciò che ci piace senza freni, senza censura».

Nel disco citate Schumann, Händel, Prokofiev. Come Andrea Battistoni, che ospitate al violoncello, pensate che «non è musica per vecchi»?
«Esatto. Per esempio, la citazione di Prokofiev nel finale di Satura ha una tale forza emotiva e potenza da sembrare un pezzo di un’attualità sconvolgente. Non esistono etichette o pregiudizi in musica, vecchio o nuovo non significa niente. La musica è un veicolo per le emozioni, può essere presentata in qualsiasi modo, a patto che sia di qualità e che trasmetta vibrazioni emozionanti».

Negli ultimi anni si è scoperta una nuova frontiera: un intreccio non scontato fra rock e classica. Che ne pensate?
«Abbiamo iniziato la nostra esperienza musicale nelle aule del conservatorio. Siamo debitori ai grandi del passato, Mozart, Beethoven e Bach sono maestri per tutti noi. Il fatto che la musica classica sia ferma a qualche anno fa ci ha spinti a muovere le nostre conoscenze musicali verso nuove prospettive stilistiche. Si può suonare Bach con il basso elettrico, così come si possono suonare i Fugazi con un quartetto d’archi. La musica non ha etichette, è un grande calice dal quale possiamo bere tutti senza distinzione».